Tra le esperienze da non perdere a Mantova c'è la visita guidata alla Basilica di Sant'Andrea, uno dei punti più conosciuti e suggestivi della città.

Una guida esperta di Mantova saprà indicarvi gli aspetti più importanti della Basilica da non perdere e a cosa prestare attenzione durante un tour della Basilica,

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La facciata della Basilica di Sant'Andrea di Mantova 

Nel Museo Diocesano si conservano i tondi che stavano sopra la porta centrale della chiesa. Uno raffigura la Ascensione di Gesù al cielo. Un tempo la processione coi Sacri Vasi infatti la si faceva il giorno dell’Ascensione. A questo soggetto furono aggiunti Gesù Bambino con il Battista, Giuseppe, Elisabetta (episodio dell’infanzia di Gesù) e poi Gesù nel sepolcro. Sono 3 momenti fondamentali della vita di Gesù. La nascita, la morte e la Risurrezione / Ascensione. Sono tre scene calcolate per riassumere fin da subito all’impatto con la chiesa il protagonista, che è Gesù. Il tondo dell’Ascensione è di Mantegna e gli altri due di Correggio. Di tutti abbiamo le sinopie, e tra loro ci sono delle differenze, quello del Mantegna è definito nei particolari, quelli del Correggio più nervosamente abbozzati. 
NEL 1608 IL Duca Vincenzo I ha istituito l’ordine cavalleresco del preziosissimo lateral sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, o più brevemente del Redentore. Un ordine cavalleresco che desse prestigio alla casata e che è durato esattamente 100 anni fino alla caduta dei Gonzaga e ha annoverato personalità nobili italiane e non solo. E i cavalieri avevano sede nella Basilica di Sant’Andrea e quando venivano a Mantova a ricevere le insegne del cavalierato avevano l’obbligo di portare lo stemma di famiglia ornato del collare del Redentore. Venivano con lo stemma di famiglia, ma il collare non lo avevano mai visto, andavano per sentito dire, e quindi tutti gli stemmi portano un collare diverso dall’altro. Al Museo restano 15 stemmi superstiti. Il Duca Vincenzo II nelle vesti di gran maestro dell’Ordine. Il padre Vincenzo fece scrivere un libro con tutta la storia del Preziosissimo Sangue, e al museo se ne conserva una copia. Si voleva dare fondamento all’ordine e nello stesso tempo legarlo alla Basilica. 

Vicino alla Basilica di Sant'Andrea: Piazza Leon Battista Alberti 

Visione della chiesa da dietro: l’illuminazione serale ci consente di cogliere la mole della basilica e l’estensione fino al campanile. Questo risponde a un criterio che avevano adottato anche in altre chiese, cioè in mezzo a case comune d’improvviso esplode la mole imponente della chiesa. Un po’come doveva essere in San Pietro a Roma, il Duomo di Milano … un effetto che a Roma e a Milano si è perso, ma che a Mantova invece è ancora godibile. 

Un tempo accanto alla basilica c’era un chiostro, di cui oggi resta un lato. Sulla piazza un tracciato ricorda la presenza degli altri tre lati. Dove si vede oggi il pavimento rosso c’era un porticato. Al portico di accedeva dalla porta ancora oggi esistente, e sotto al chiostro si affacciavano gli ambienti dei monaci. Sul lato mancante la porta immetteva nella sala più importante, quella Capitolare. Qui i monaci si riunivano per diverse ragioni. Nel 1235 qui nella sala si sono riuniti per eleggere l’Abate, dopo la morte del precedente. Il Vescovo Guidotto da Correggio viene per assistere all’avvenimento. All’arrivo un gruppo di armati lo hanno assalito, infilzato, fatto scempio del corpo tagliandogli le mani. 

Un avvenimento che ha determinato la storia successiva, infatti si è capito subito chi erano i responsabili, cioè quelli della famiglia Avvocati, che erano gli avvocati del monastero e risiedevano accanto al campanile dove adesso c’è il tabaccaio. Siccome furono scoperti subito, sono fuggiti loro e altre famiglie amiche. Non rientrarono mai più. A Mantova, che all’epoca era un libero Comune, rimasero tre famiglie emergenti: i Casaloldi, i Bonacolsi e i Gonzaga. Era un Comune, ma queste tre famiglie decidevano e determinavano. Ma non solo, le tre famiglie hanno cominciato a farsi fuori tra di loro, quindi prima i Bonacolsi e i Gonzaga alleati hanno fatto fuori i Casaloldi, e poi queste due hanno litigato fra di loro, per un po’ hanno governato i Bonacolsi e poi i Gonzaga sono riusciti a prevalere. Se non fosse successo questo fatto le famiglie importanti sarebbero state tante e la storia sarebbe stata diversa.  

Il campanile della Basilica di Sant'Andrea e altri elementi 

Anche se non è stilisticamente coerente con la chiesa, è bellissimo. La chiesa di oggi è la terza costruita su questo luogo. Questo è il campanile della seconda. Doveva essere rifatto, ma per fortuna è rimasto, un bellissimo esempio di stile gotico lombardo. 
INGRESSO LATERALE 
Doveva essere uguale nelle forme e nelle dimensioni a quello principale, solo che non è stato compiuto, non c’è mai stata la voglia di finirlo. 
INTERNO
Osservare la magnificenza dell’insieme. Se ci si guarda intorno è di una bellezza incomparabile. Alzare gli occhi per ammirare la magnificenza. 

La Storia della Basilica di Sant'Andrea di Mantova

la storia inizia il 6 o 7 aprile dell’anno 30 d. C. e comincia a Gerusalemme. È il giorno che si calcola più probabile della Crocifissione di Gesù. Il Vangelo dice che il costato di Gesù fu trafitto da un colpo di lancia e ne sgorgarono sangue e acqua. Ora, non il Vangelo, ma una tradizione di molto posteriore ha dato un nome al soldato che lo ha trafitto, vale a dire Longino. E sempre la tradizione dice che questo soldato romano ricevette una illuminazione e capì che quello era veramente il figlio di Dio e quindi ha raccolto ai piedi della croce un po’ di terra imbevuta del sangue che era colato giù. L’ha raccolta, messa in una cassetta insieme con la spugna imbevuta di aceto e dopo qualche tempo è arrivato a Mantova. Qui avrebbe annunciato il Vangelo e nell’anno 47 sarebbe stato martirizzato. 

Prima di morire ha sepolto la sua cassetta esattamente qui dove adesso c’è la cripta. Ai tempi questa era una zona fuori città, che finiva al Voltone di San Pietro. La cassetta fu ritrovata molto tempo dopo nell’anno 804. Da qui in poi abbiamo dei documenti. Ma quello che avviene fra il 30 e l’804 (Longino, il martirio ecc…) è una tradizione, non abbiamo documenti che certifichino che le cose sono andate effettivamente così. Questo è quello che si tramanda. È vero oppure è frutto di invenzione? Tutta questa storia ha alcuni elementi di verosimiglianza, altri sono molto improbabili per non dire impossibili. Per esempio è abbastanza strano che uno appena convertitosi immediatamente pensi a raccogliere reliquie. 

Tra l’altro il culto delle reliquie è posteriore, allora non c’era questa preoccupazione. Poi si dice “terra imbevuta di sangue”. Per chi è stato a Gerusalemme il calvario si chiama così perché è una roccia che sembra un teschio calvo, quindi piatto, non c’è terra. Mai più l’hanno portata apposta quel giorno lì. E poi altra cosa: Longino è venuto a Mantova, questo è credibile, perché da tempo le terre fertili tra Mantova e Cremona erano state requisite dall’Impero Romano e centuriate, cioè divise in appezzamenti tutti uguali e venivano dati ai veterani dell’esercito. Invece di dare le pensioni, ai veterani davano un pezzo di terra per potersi sfamare dopo l’età lavorativa. Longino apparteneva all’esercito imperiale romano e in quel momento si sa che i soldati presenti in palestina erano italici, erano la X Legio Fretensis, composta da abitanti dell’Italia. 

E quindi è possibile che Longino, una volta congedatosi dall’esercito, sia tornato in Italia e qui abbia avuto un pezzo di terra tra qui e Cremona. Quindi ci sono elementi di verosimiglianza e altri mica tanto. Tutto questo ci porta a riflettere: quello che c’è qua sotto è proprio il sangue di Gesù ? ci possiamo credere o no ? la mia risposta è non mi importa niente che sia davvero il sangue o non lo sia, non ha importanza perché è una reliquia, e come tutte le reliquie non valgono per sé stesse, ma valgono per la persona o il fatto a cui rimandano. Questa reliquia ci indica la Redenzione di Gesù, che ha sacrificato il proprio sangue per noi. Ci invita a riflettere su quello che Gesù ha fatto per la nostra salvezza, ha dato la sua vita per noi, ha versato il suo sangue per noi. Quindi ci invita a riflettere sul centro della nostra fede cristiana. E poi anche per un altro motivo, perché è vero che Gesù ci ha lasciato il suo sangue, ma non è questo! È il sangue sacramentale : “prendete e bevete, questo è il mio sangue!”. 

È quello che si rinnova e si fa presente ogni volta nella messa. Questa reliquia ci invita a riflettere sull’Eucarestia. Che sia il sangue di Gesù o no è secondario, l’importante è che ci faccia riflettere, ci invita a credere, ci ricorda che veramente Gesù ha versato il suo sangue per noi, poi che sia questo o no non importa. 

Nell’804 era appena stato istituito il Sacro Romano Impero, il cui Imperatore era Carlo Magno. L’altra somma autorità era il Papa. Mantova era allora ridotta a un modestissimo villaggio di pescatori sulle rive del lago. Il territorio circostante era diviso fra le città di Brescia, Verona, Reggio e Cremona. Non esisteva un territorio mantovano, Mantova era un villaggio tra gli altri in questa Pianura. Nell’804 scoprono la cassetta con la reliquia (da qui riprende la storia documentata) viene mandata notizia del ritrovamento all’Imperatore Carlo Magno, massima autorità. Nelle cronache di corte il fatto è registrato: “Mantua in Longobardia inventus est sanguis Christi”. Quindi qualcosa è successo quell’anno. L’imperatore manda la notizia al Papa Leone III pregandolo di venire a vedere. Il Papa è venuto, quello che ha visto lo sa solo lui, sta di fatto che ha deciso che una tale reliquia non poteva restare qui semiabbandonata in un villaggetto qualunque, e allora ha messo qui un vescovo. E quindi è nata la Diocesi. La reliquia ha generato la Diocesi. 

La presenza di un Vescovo ha avuto tante conseguenze: il villaggio si è sviluppato, il Vescovo ha dovuto scegliere la chiesa Cattedrale, ha costruito la residenza accanto alla cattedrale, si è portato dietro il clero, ha fatto un archivio, la Biblioteca … e poi è stato definito un territorio sottratto alla altre città, di cui mantova era il centro. Mantova è diventata una città da villaggio quale era qualunque. Questa nuova posizione fu riconosciuta qualche anno dopo dall’Imperatore che ha messo qui un Conte, come a Brescia. Cremona, Verona ecc… quindi diventa centro dell’amministrazione civile, diremmo oggi. La reliquia ha determinato lo sviluppo della città. Sul luogo del ritrovamento fu costruita una piccola chiesa. 

Alla fine del IX secolo vi fu l’invasione degli Ungari. Si temeva che arrivassero anche a Mantova, e non era un pericolo teorico perché infatti si sono fermati a Cittadella. Qui ancora desso c’è un campo chiamato Ungheria, perché era l’accampamento degli Ungari. E lì hanno poi fatto una chiesa che si chiamava di Santo Stefano in Ungheria. Quindi si fermarono oltre al fiume. Però nel timore che arrivassero anche qui e che magari disperdessero la reliquia, l’hanno divisa in due parti (se una va dispersa almeno c’è l’altra). Una parte fu risepolta dove era stata trovata, e un’altra parte portata verso il Vescovo dentro la città. Nell’anno 1037 il Vescovo Itolfo creò qui un monastero, e la reliquia è riemersa nell’anno 1048. 

Un vecchio semicieco di nome Adalberto si recò dalla moglie di Bonifacio Canossa, Beatrice, dicendole che gli apparve San Andrea dicendogli di scavare in questo luogo perché c’era qualcosa. Dopo qualche titubanza hanno scavato e hanno trovato questa reliquia. Questa notizia del ritrovamento ha fatto il giro del mondo ed iniziò un afflusso di pellegrini: Papa Leone IX, Imperatore, principi, vescovi e folle intere. Questo afflusso indusse i monaci a facilitare l’arrivo dei pellegrini tracciando il percorso dai 4 ponti allora esistenti per giungere sull’isola di Mantova fino alla chiesa. Perché l’isola era occupata da orti, casupole, sentieri contorti, e i pellegrini si disorientavano. I monaci hanno quindi creato i percorsi e lungo ciascuno di essi hanno costruito un ospizio dove accogliere i pellegrini provenienti da zone lontane per rimetterli in sesto fisicamente e in aggiunta una chiesa dove prepararli spiritualmente all’incontro con la reliquia. Queste 4 strade sono ancora oggi gli assi portanti della città. In questo modo la città si è espansa fino ad occupare poco alla volta tutta l’isola. Su questo luogo fu quindi costruita una enorme chiesa romanica negli anni ’40 dell’XI secolo, di poco inferiore come superficie a quella attuale. Nel 1414 alla chiesa romanica fu aggiunto il campanile in stile gotico. Nel 1470 il Marchese Ludovico II ha pensato di sfruttare la reliquia a beneficio proprio della casata, come strumento di potere e prestigio. Ha mandato via i monaci e affidato la chiesa al clero secolare, che riusciva a controllare meglio. 

Tanto più che aveva nominato primicerio, cioè rettore, suo figlio Francesco. E poi per dare importanza alla reliquia, a sé stesso e al casato ha fatto fare una nuova chiesa. L’Alberti propose al Marchese un progetto che fu accettato dando inizio ai lavori nel 1472. Nello stesso anno l’architetto muore e son andati perduti anche i suoi progetti. Per qualcuno la chiesa doveva essere più corta e doveva finire dove inizia il transetto, poi si discute sull’abside se doveva essere semicircolare come la vediamo oppure piatta come le terminazioni dei transetti … si sa comunque che il solo progetto dell’Alberti aveva suscitato grande interesse presso altri artisti. Bramante, per esempio, è venuto a Mantova durante la costruzione e tornato a Milano ha realizzato una chiesa che chiaramente si ispira a questa, cioè Santa Maria presso San Satiro. E in quella chiesa l’abside è piatta, forse perché ispiratosi ai disegni dell’Alberti visti a Mantova? 

Piero della Francesca ha fatto una pala d’altare con la Madonna, Bambino e Santi e Duca di Montefeltro ambientati in una chiesa che è chiaramente presa da qui, e nel quadro l’abside è curva.. quindi allora vai a sapere come era la questione.. fatto sta che questa chiesa ha avuto un successo incredibile. Le migliaia di chiese cristiane o protestanti esistenti oggi al mondo che mostrano un’unica navata dilatata dalla volta a botte e dalle profonde cappelle laterali derivano da questo modello albertiano, diffusosi in tutto il mondo. Quindi storicamente la chiesa ha un’importanza enorme. Per esempio questa chiesa è stata imitata per la Chiesa del Gesù a Roma, costruita dai Missionari gesuiti, che ovunque andassero nel mondo costruivano una chiesa su modello della loro chiesa madre. Poi le chiese dei gesuiti venivano imitate da altri, e quindi attraverso tutti questi percorsi il modello si è espanso in tutto il mondo. 

Ma indipendente dal suo successo, questa chiesa è straordinaria per le forme che ha. La facciata principale si presenta come la associazione di un tempio greco con le colonne (sostituite qui da lesene) che si concludono con un timpano triangolare. E sottostante l’arco di trionfo, altra tipica architettura dell’antichità. La facciata si compone come una grande struttura con arco profondo al centro, due accessi rettangolari ai lati e sopra a questi altre due partizioni e poi il timpano. Qui abbiamo un caso unico: uno strettissimo rapporto tra la facciata e l’interno! Di solito le facciate fanno un po’ a sé, a volte danno la misura della chiesa, altre volte come per il Duomo sono più grandi dell’interno, qui abbiamo invece un caso di una facciata che è più piccola della sezione della chiesa e però la forma della facciata è quella che si ripete lungo tutte le pareti, c’è un collegamento strettissimo fra l’esterno e l’interno. Infatti le cappelle laterali mostra la stessa forma della facciata: grande arco al centro, le porte rettangolari ai lati e sopra due partizioni, le lesene che finiscono con una trabeazione (dove si collocano degli angioletti, presenti sia dentro che fuori). 

L’unica differenza è che fuori sopra la trabeazione c’è il timpano triangolare che conclude la facciata, qui al posto del timpano parte la volta! Ma tutt’attorno si ripete lo stesso modulo, ed è un unicum, non si conoscono eguali. L’impressione è quella della monumentalità. Certamente l’Alberti conosceva le architetture della Roma antica e si è ispirato ai grandi spazi delle terme romane, ma ha creato qui una cosa originale. Copiata dai Gesuiti perché la forma di questa chiesa si adattava meglio a loro nella celebrazione della liturgia, in quanto tutti vedono il celebrante, tutti vedono chi parla, tutti vedono tutti e quindi esprime meglio la comunità (senza colonne in mezzo e partizione a navate). In Duomo la comunità presente alle celebrazioni è un po’ frazionata dalle colonne, dagli spazi ripartiti ecc … i Gesuiti che davano grande importanza alla predicazione hanno scelto questa perché era proprio la più adatta. 

Le decorazioni della Basilica di Sant'Andrea di Mantova
 
Nelle raffigurazioni nei riquadri a metà altezza delle pareti si celebra la vita pubblica da adulto di Gesù. L’infanzia viene sviluppata altrove. Si inizia con la Predicazione di Giovanni Batista, poi il Battesimo di Gesù, poi le tentazioni da parte del Diavolo nel deserto. La Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci … L’adultera trascinata davanti a Gesù, Gesù che scaccia i mercanti, la Risurrezione, Gesù che si manifesta alla Maddalena, Gesù risorto che appare agli Apostoli, Gesù coi due discepoli di Emmaus, il primato dato a Pietro, Gesù che ascende al cielo. Quindi tutta la vita pubblica di Gesù. 

Sopra, più in alto, ci sono altre scene a monocromo, sembrano sculture su fondo rosso pompeiano, desunte dall’Antico Testamento e qualche episodio dagli Atti degli Apostoli. Son affreschi settecenteschi. 
Notare le 48 candelabre dove viene sbrigliata la fantasia più sfrenata, sono tutte diverse l’una dall’altra e tutte che sorreggono una statua: apostoli, santi. 

Giorgio Anselmi, pittore veronese nella seconda metà del ‘700, uno degli ultimi pittori barocchi, realizza nel catino dell’abside il martirio di Sant’Andrea e i quattro grandi arconi che reggono la cupola e che hanno al centro una scena illustrante le 4 parti del mondo: America, Asia, Africa ed Europa (erano i 4 continenti noti al tempo). Nei pennacchi ci sono gli evangelisti, e infine la cupola che raffigura il Paradiso: Trinità, Madonna, angeli, santi .. e c’è anche una figura di donna solenne che tiene in testa una corona turrita (cioè raffigurante una città medievale circondata da mura) e in mano i Sacri Vasi. È la città di Mantova che ha con sé come suo massimo tesoro i reliquiari. 

Cappella SS. Sacramento
Notare il bellissimo altare, tutto l’apparato con colonne di marmo e l’ancona proviene dalla chiesa dei Filippini. Era l’altare maggiore e quando fu soppressa lo hanno staccato. La chiesa era dedicata all’Immacolata ed aveva il quadro che sta ora in fondo all’abside del Duomo. Notare il Crocifisso, un capolavoro del Bellavite, il più grande orafo mantovano nel Settecento. Il mausoleo qui presente è il sepolcro di un Vescovo Andreasi, operante a Reggio Emilia. Qui c’è l’impostazione generale come la facciata. Si sa che c’era un progetto di fare anche qui un’uscita con la facciata come la principale, ma questo avrebbe comportato la demolizione delle case ai lati e perciò fu abbandonato. 

Notare 3 mausolei non nati qui ma trasportati qui dalle chiese soppresse. Ad esempio quello di Marcello Donati, che era un medico, ma anche ministro del Duca Guglielmo. Si occupava di politica più che di medicina. Quello di fronte è pari pari la controfacciata della chiesa della Cantelma che si trovava vicino a Piazzale Gramsci. Il mausoleo intero che era in controfacciata fu portato qui. Dove adesso c’è il dipinto c’era la porta della chiesa ed è su disegno di Giulio Romano. Il mausoleo di sinistra viene dalla chiesa di San Francesco ed è il Mausoleo di Pietro Pomponazzi, che gli ha fatto fare il cardinale Ercole, che era stato suo allievo all’Università di Bologna. È bello, raffinato, con alcune parti dorate, molto chic. Il dipinto raffigura il ritrovamento del 1048 della reliquia, e si ispira chiaramente all’affresco che si trova nella cappella dietro l’angolo. 

Le fasi costruttive della Basilica di Sant'Andrea a Mantova 

La costruzione cominciò nel 1472 dalla facciata e man mano che procedevano demolivano la chiesa precedente. Dopo 20 anni erano arrivati al transetto e fanno una pausa. Tirarono su una parete. Dietro al vecchia chiesa che continuava a funzionare, e di qua questa magnifica costruzione, che hanno cominciato, con molta calma, a decorare. La prima decorazione è stata la Cappella del Mantegna. 
La seconda fu questa con affreschi di Giulio Romano del 1536. Qui l’artista ha ideato una decorazione che aveva come tema il Preziosissimo. Inoltre, questo artista originale ha fatto qui tre dipinti: tavola sopra ad altare e affreschi laterali. Non sappiamo se li abbia dipinti lui o il collaboratore Rinaldo Mantovano. 

L’idea è di Giulio. La pala d’altare è la copia dell’originale che attualmente sta al Louvre. Questa è scura rispetto all’originale. Il soggetto è la natività. Al centro in basso c’è la Madonna che si piega verso il Bambino. Accanto Giuseppe e i pastori. La scena è in due tempi. Sotto la nascita di Gesù e in alto l’Angelo che dà l’annuncio ai pastori. Ma i pastori sono già arrivati dietro a Maria e Giuseppe. Ai lati abbiamo due figure che non potevano esserci quando è nato Gesù: uno è Longino e l’altro è Giovanni l’Evangelista. Ai tempi si facevano queste composizioni anacronistiche, che qui hanno una motivazione. 

Sono i personaggi che troviamo anche nella Scena della Crocifissione. Questa è il momento tremendo della  morte di Gesù quando “si fece buio su tutta la Terra”. Perciò si vede il buio sullo sfondo, il buio isola e dà rilievo alla figura di Gesù, e accanto i due ladroni. Qui si capisce chi è quello buono (Gesù gli dice “oggi sarai con me in Paradiso”) e quello cattivo. Quello buono è quello a destra di Gesù, perché è quello di cui si vede la faccia. E dell’altro volutamente non si intravede il volto per allontanarlo. In questo modo si rispecchia la pagina del Vangelo in cui si dice: “saranno riuniti tutti gli uomini davanti al Re che poi li dividerà, e come il pastore divide le pecore dai capi così saranno divisi i buoni alla destra di Gesù e i cattivi e i malvagi alla sinistra”. Poi vediamo il soldato a cavallo che sta per spezzare le gambe (come si legge nel Vangelo). Sotto la Maddalena coi capelli lunghi e biondi. Accanto alla croce quasi svenuta la Madonna sorretta da Giovanni (perché Gesù ha affidato Maria a Giovanni). 

A sinistra abbiamo Longino. Già in un certo senso convertito. Si è messo in ginocchio riconoscendo che quello è il figlio di Dio. La raccolta del sangue è evidenziata dagli angeli che raccolgono il sangue nei calici dalle ferite. Se osserviamo, la Crocifissione non è frontale ma è ruotata verso sinistra. Tanto è vero che della croce si vede il lato e anche i corpi sono ruotati. Perché? In questo modo l’occhio corre verso la scena del riquadro centrale dove ritroviamo Giovanni e Longino, che regge il reliquario. Quelli che al Louvre vedono questa tavola hanno ragione di dire che insomma Giulio Romano non era sto grande pittore visto che c’è un errore. In tutti i dipinti i personaggi o guardano lo spettatore o si guardano tra di loro. Qui invece abbiamo Longino che guarda fuori dal quadro. Ma non è un errore, si spiega col fatto che lui guarda alla scena del ritrovamento. Giulio è stato molto originale. Ha fatto tre dipinti fisicamente separati, però posti in modo che uno rimandi all’atro, collegati da dei rimandi interni. 

Perché si riferiscono tutti a un medesimo oggetto. Scena del ritrovamento: in primo piano si vedono quelli che scavando trovano la cassetta. Sotto un baldacchino processionale si vede il vescovo del momento, Marciano degli Allegri, un cremonese. Poi un vecchio con testa abbassata, occhi chiusi e braccia incrociate, si tratta di Adalberto, quello che ha avuto la visione. Infatti sopra in cielo si vede Sant’Andrea. Sulla sinistra si vede una dama dal profilo nobile, mantello elegante, il cuscino sotto le ginocchia, è la Marchesa Beatrice di Canossa Poi c’è una cosa curiosa: dietro di lei c’è una donna con una bambina in braccio. È probabile che con questa figura si sia voluto richiamare la figlia Matilde di Canossa che al momento del ritrovamento nel 1048 aveva due anni. Dietro c’è una Mantova di fantasia. Questo ciclo è importante dal punto di vista estetico, storico e religioso. È uno degli elementi cardine della Basilica. 

Cappella Cattanea
Questa cappella ma anche quella di fronte sono imperniate sulla figura di maria. Il nome deriva dalla famiglia Cattaneo che ci ha messo due santi ritenuti della famiglia. In sintesi qui c’è tutta la vita della Madonna: la Nascita di Maria (momento del parto di Anna). La madre è sul letto e stanno lavando la bambina nel mastello. Come paliotto dell’altare c’è l’Annunciazione. Bellissimo dipinto rinascimentale di cui non si sa nulla. Sopra la Natività: Maria in trono col Bambino con le ginocchia, quindi nella sua Gloria. La sua grandezza sta nel fatto che è la madre di Gesù (statua solenne e imponente). Ai lati dipinti poco visibili che rappresentano i due San Giovanni e nella lunetta il padre Eterno. In basso la Morte e la Glorificazione di Maria. In basso c’è il sepolcro con gli Apostoli che vanno, guardano, il corpo non c’è più, mentre Maria viene incoronata dalla Santissima Trinità. Quindi tutti i momenti salienti della vita di Maria. 

Ex Cappella di San Lorenzo
il Duca Guglielmo verso il 1580 decise di eliminare la Rotonda di San Lorenzo. Però per eliminare una chiesa da parte di un Sovrano cattolico serviva il permesso del papa. Il quale glielo ha concesso a patto che il titolo della chiesa non venisse soppresso e cioè che si onorasse san Lorenzo da un’altra parte. 

E allora il Duca ha trasferito il titolo della Rotonda qui. Questa era la Cappella di San Lorenzo. Che qui lo si vede in alto, il personaggio che tiene in mano la graticola. Verso la metà dell’800 un pittore mantovano, Giulio Cesare Arrivabene, ha voluto mettere il proprio nome nella Basilica facendo questa enorme pala d’altare che raffigura un episodio della vita di S. Antonio da Padova. Cioè quando il Santo rimprovera il tiranno Ezzelino da Romano. Ezzelino era anche quello che aveva fomentato l’assassinio del Vescovo, in quanto la famiglia degli Avvocati sono fuggiti da Mantova rifugiandosi presso di lui. 

Perciò si era capito che era lui che tramite le famiglie in loco tentava di impossessarsi di Mantova. Qui Giulio Cesare Arrivabene, un pittore neoclassico molto modesto, ha fatto questo enorme riquadro cancellando di fatto la memoria di San Lorenzo. È un quadro tronfio che non dice niente. Più interessanti i due affreschi ai lati, dove sono raffigurati l’Inferno da una parte, Purgatorio e Paradiso dall’altra. L’Inferno trae ispirazione dalla Divina Commedia, ci sono scritte sulle pietrone le categorie dei peccati e sopra la porta c’è scritto Lasciate ogni speranza voi che entrate, come scrive Dante nella Divina Commedia. 

Dal punto di vista figurativo il pittore si ispira un po’ a Luca Signorelli (affreschi di Orvieto coi diavoli verdi) e un po’ a Michelangelo per le scene truci coi dannati che vengono tirati giù dal cielo e finiscono tra le fiamme. Mettendo insieme queste diverse fonti l’artista ha composto questa scena. L’Inferno è da solo perché chi entra è spacciato, mentre Purgatorio e Paradiso vanno insieme perché il Purgatorio è solo l’anticamera del Paradiso. Le anime tra le fiamme del Purgatorio non sono disperate come le altre perché sanno che stanno lì solo provvisoriamente. Gli angeli quando è il momento le vanno a prendere e le portano su in cielo. Dove si trovano angeli, santi, la Trinità. Si distingue tra gli altri San Lorenzo. (cappella non ancora restaurata) 

Cappella di San Giovanni Battista, assegnata al pittore di corte A. Mantegna, a cui i Gonzaga avevano procurato un titolo nobiliare. Mantegna era Conte e allora nella Cappella troviamo al centro lo stemma nobiliare di lui. Il dipinto è l’ultimo realizzato dall’artista, dal soggetto insolito perché raffigura le sacre famiglie, da sinistra: Giuseppe, Maria Gesù, Giovanni Battista neonato, la madre Elisabetta e il padre Zaccaria. Tutti in fila su uno sfondo di agrumi, aranci e limoni. Questo è l’ultimo dipinto del Mantegna trovato nel suo studio, e fu trovato scritto che lo destinava alla sua Cappella. In basso la tomba. A sinistra il bellissimo busto, capolavoro della scultura del Rinascimento. Anche se non è più strabiliante come all’inizio, qualcuno dice che il modello fosse stato fatto da Mantegna stesso in creta e poi lo ha fatto fare in bronzo perché non era il suo mestiere. Sul capo porta una coroncina di foglie d’alloro che erano inizialmente dorate. 

E nelle pupille c’erano due diamanti. Sotto c’è una scritta che dice che fu un pittore più grande di Apelle (pittore dell’antica Grecia di cui non resta nulla). La scritta fu composta dall’amico Battista Spagnoli, carmelitano, beato, umanista, poeta, in rapporto con tutti gli umanisti toscani dell’epoca. In alto al centro della cupoletta campeggia lo stemma del Mantegna, intorno un graticcio che anticipa quello che Correggoo ha fatto a Parma nella Camera della Badessa. Negli intervalli del graticcio si vedeva un tempo l’azzurro per simulare il cielo. Di Correggio sono i 4 Evangelisti nei pennacchi. La pala raffigura il Battesimo di Gesù. Gli storici italiani si strappano i capelli dibattendo se l’opera sia del padre o del figlio. Per gli esperti francesi è di Mantegna, infatti lo hanno richiesto per una mostra in Francia nel 2017. 

Qui ai lati gli affreschi più brutti di tutta la Basilica, soprattutto la Resurrezione fa ridere. Poi si vede Gesù che scende negli Inferi a liberare le anime dei giusti in attesa. In basso si vedono le porte scardinate e gettate a terra, Gesù che pianta il vessillo della vittoria per la Risurrezione, in alto i Diavoli che fuggono, e  Adamo ed Eva con un bambino accanto, che sarebbe Abele. Ma Abele era adulto, suo fratello lo ha ammazzato quando erano entrambi adulti, perciò si tratta di un falso storico, un’assurdità. Di là i giusti. 
Molto bella è la pala d’altare, una delle tante opere confluita qui da un’altra chiesa. 

Questa da quella di San Silvestro che era dove ci sono ora le Poste centrali. Qui si vede il Papa inginocchiato di fronte al Santo col triregno posato a terra. Questa tavola è di Lorenzo Costa il vecchio, un pittore emiliano che era venuto a Mantova per fare questo dipinto, poi si innamora della città e qui vi rimane, con la sua discendenza. Tutta la famiglia ha lavorato a Mantova nel Cinquecento. Quest’opera è del 1525, pieno Rinascimento. Si distingue per l’estremo equilibrio: al centro la Madonna col Bambino, accanto due Santi in piedi. Poi due figure inginocchiate (S. Silvestro e Santa Elisabetta), poi altre due figure in piedi (S. Sebastiano e S. Paolo). Quindi qui si ammira l’equilibrio, che era uno dei canoni del pieno Rinascimento. 

Nella cappella successiva troviamo invece Lorenzo Costa il Giovane. Anche questa era dedicata alla Madonna. Da osservare la composizione degli affreschi ai lati che son stati fatti in parallelo: in basso un gruppo sullo sfondo di una caverna, sulla destra un paesaggio, e un gruppo in cielo. Da una parte abbiamo l’Adorazione dei Pastori di fronte alla Natività, dall’altre l’Adorazione dei Magi. Il gruppo in cielo presenta da una parte il Padre Eterno, e dall’altra Angeli che reggono la Croce. Il tutto va letto nel modo seguente: qui si svolge in sintesi la vicenda di Gesù. Il Padre Eterno è il Padre di cui sotto vediamo il figlio (cioè l’antefatto), e poi il seguito: la Croce, il Bambino è nato per morire, con la prospettiva della Croce, e quindi della Redenzione. 

Al centro dell’attenzione è la madre Maria. La bellissima cornice riccamente decorata, con grottesche, presenta dei medaglioni con le scene dei misteri del Rosario. E sono delle scene delicatissime, bellissime. 5 misteri su un lato, 5 misteri dall’altra. E le altre 5 ?? (non parliamo del rosario di adesso che ne ha 20), ma 15 sono quelli tradizionali. Quelli mancanti erano la prima versione della parete di fondo. Son scomparsi quando hanno fatto l’ancona. Sotto la figura di Maria nella nicchia. Maria l’annunciazione. Le due tele sono fisicamente separata, ma l’occhio le percepisce insieme poiché hanno cromaticamente la stessa valenza: composizione su fondo scuro, il nero, il rosso, e un tocco di bianco. 

Il tocco di bianco a destra nell’angelo è il giglio che tiene in mano e qui è il velo di Maria. Tutte e due sono impostate per stare insieme. Autore di tutto questo è Antonio Maria Viani. L’ancona in legno fu fatta dal fratello, ma su progetto suo. Fu un grande artista a Mantova. In basso un paliotto in scagliola con al centro di nuovo la figura di Maria. Invece la metà di sopra ha come tema il Preziosissimo Sangue. Nel tondo ci sono i 2 reliquari, in alto la figura del Padre Eterno, e ai lati le figure di S. Andrea e di Longino. Perché anche qui questo tema ? questa Cappella immette attraverso due porte in un vano che era la sagrestia dei Cavalieri dell’Ordine del Redentore. 

Su questo altare abbiamo un bellissimo Crocifisso in stile michelangiolesco realizzato da Fermo Ghisoni, un allievo di Giulio Romano. Gli affreschi alle pareti laterali sono i più misteriosi, difficili da decifrare. Qui si vede un mausoleo con l’arca funebre chiusa, simbolo della morte. Dall’altra parte abbiamo un mausoleo simile in cui però si vedono al di sopra il Cristo risorto, sotto un angelo che sventola un nastro sopra al quale c’è scritto “tolle crucem tua et sequere Cristo” (prendi la croce e segui Cristo). Dal sepolcro esce un personaggio che afferra la croce che gli viene porta e così può anche lui risorgere a nuova vita. Probabilmente vuol essere una traduzione poco brillante del concetto della vita eterna dei fedeli, che è una vita con Cristo risorto. 

Cappella di Santo Stefano, assegnata a Tullo Petrozzani, che era stato ministro del Duca Guglielmo, poi si era fatto prete da adulto e fu nominato primicerio di questa chiesa. Qui si trovano il suo monumento sepolcrale e busto. Il Santo è richiamato dai due affreschi ai lati e dalla pala che un tempo era sopra all’altare. In base ad una norma ecclesiastica in vigore all’epoca non era possibile considerare pala d’altare gli affreschi su muro. Ma solo una statua, una scultura, una tela o una tavola, cioè un dipinto mobile. Quindi nella cappella di San Longino fu portato via il dipinto originale dai Gonzaga stessi che se lo vollero in casa, e fu uno dei quadri venduto a Carlo I Stuart (che ha sua volta vendette una parte al re di Francia). Anche qui vediamo Santo Stefano trattato nei due affreschi, ma sopra all’altare un dipinto mobile. Crocifisso con Madonna da un lato e Santo Stefano dall’altro. 

Si vede Santo Stefano che discute con gli Ebrei da una parte, e dall’altra il suo martirio. Qui poi vediamo altri monumenti sepolcrali. Quello di fronte con l’arco è di Giulio Romano, e sempre suo è anche il monumento sepolcrale di Pietro Strozzi (famiglia fiorentina giunta qui nel Quattrocento). Il monumento viene dalla chiesa di san Domenico. Si vede il sarcofago col corpo del defunto sopra. Il sarcofago poggia su una trabeazione retta da 4 figure femminili. Una si appoggia al cippo dove c’è il nome del defunto. Le bellissime statue anteriori sono copie di due statue antiche romane su modello greco che si trovano in Palazzo Ducale. Tutto l’insieme deriva da l’Eretteo, che è un tempietto posto sull’acropoli di Atene, in cui ci sono le fanciulle con in testa la trabeazione. Solo che qui le due statue mostrano una bizzarria mai vista altrove, esse sono presentate di spalle. Non si è mai vista una statua raffigurata di spalle. Qui Giulio Romano dà l’ennesima prova di far parte del manierismo, la voglia di stupire, fare qualcosa di inatteso, di sorprendente. 

Ma inattesa e sorprendente è tutta la Basilica. 

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