Obiettivo generale: Identificare le testimonianze storico artiche lasciate dal popolo longobardo nel territorio veronese.
Obiettivi didattici: conoscere la vita, costumi, organizzazione politica e sociale, arte, armi, ornamenti del popolo longobardo.
Itinerario giornaliero: Museo di Castelvecchio, la pieve di San Giorgio di Valpolicella. L’itinerario si rivolge, con taglio diverso ed adattabile, a studenti di ogni ordine e grado e adulti di ogni età.

Il territorio veronese fu abitato fin dall’epoca preistorica: gli Antichi Veneti si incrociarono qui con popolazioni reticoeuganee prima, e con i Romani poi, fino alla dominazione longobarda avvenuta a partire dal 569 d.C. Ed è proprio dalla campagna veronese che provengono testimonianze preziose di epoca altomedievale, conservate oggi nella suggestiva cornice di Castelvecchio, la trecentesca residenza scaligera oggi adibita a museo della città. 
Di elevato interesse è il materiale proveniente dalle necropoli longobarde scoperte in varie zone del veronese, tra cui va segnalato il cosiddetto “tesoretto di Isola Rizza”. Si tratta di un prezioso arredo funerario costituito da opere notevoli di epoca longobarda: gioielli, fibule a disco d’oro, un piatto d’argento con un raffinato rilievo raffigurante un cavaliere in lotta con i nemici. Questi oggetti sono esposti in un sacello d’invenzione scarpiana nella prima sala del museo, che fu appunto sistemato da Carlo Scarpa negli anni ’50 del secolo scorso e costituisce uno degli esempi meglio riusciti di allestimenti museali moderni. Ma altri preziosi reperti si trovano nella sezione longobarda, dove vi sono circa trecento oggetti, esposti raggruppando il corredo tombale secondo le zone geografiche di provenienza del territorio veronese. Si tratta di armi, ritrovate nelle tombe maschili, e gioielli, in quelle femminili. Tra le varie cose spiccano le crocette lavorate a sbalzo in lamina d’oro, da applicare sulle vesti, e certi ornamenti in filigrana usati per arricchire i foderi di spade e pugnali.
costituisce uno dei più importanti monumenti di età romanica del territorio veronese. L'edificio ha una pianta a tre navate, piuttosto allungata, la navata centrale è doppia in larghezza delle minori e presenta otto finestre per parte molto alte e strette. La particolarità più interessante è quella di avere doppia terminazione absidale: precisamente, verso occidente la chiesa si apre in un'alta e stretta abside nella navata centrale, dove è stata ricavata l'attuale porta, mentre sul lato orientale troviamo le consuete tre absidi, una maggiore al centro e due più piccole lateralmente. Tre finestrelle si aprono nell'abside orientale; una semplice e stretta apertura contrassegna le absidiole laterali. Il soffitto è a travature lignee. I capitelli delle colonne sono formati da cippi romani troncati. La pianta biabsidata è spiegata dagli studiosi presupponendo due fasi costruttive: una longobarda, compresa negli estremi del regno di Liutprando (712-744) della quale non resta che il muro di facciata ed il ciborio (in questa fase la pianta della pieve doveva essere all'incirca quadrata e rivolta ad oriente), l'altra riferibile all'XI secolo, quando la chiesa fu ricostruita rivolta questa volta ad occidente.
Nel vano del presbiterio, poggiante sulla mensa dell'altare, è stato collocato, dopo il restauro eseguito nel 1923-24, il ciborio, raro esempio di arredo longobardo in territorio veronese. La scelta delle lastre marmoree nella ricostruzione del ciborio è del tutto arbitraria, visto che altri tre archivolti "avanzati" dal restauro si trovano ora nel Museo della Pieve (c'è chi ha ipotizzato facessero parte di un'iconostasi che divideva il presbiterio dalla navata centrale). Le due colonnine anteriori riportano due iscrizioni dalla quali si ricavano la data di costruzione del ciborio, avvenuta sotto il regno di Liutprando, il nome del vescovo di Verona (Domenico) sotto il quale la chiesa (longobarda) venne consacrata e il nome dello scultore che eseguì l'opera: Maestro Orso con i discepoli Iuventino e Iuviano. Gli affreschi, tutti molto rovinati, sono databili alla metà del XII secolo.
Il campanile la cui cella campanaria presenta delle trifore (tipiche del romanico maturo) sembra invece posteriore. Può anche essere la ricostruzione di uno più antico, il suo aspetto comunque fa pensare ad una datazione al pieno XII secolo e alla stessa data va assegnato anche il piccolo chiostro adiacente. La chiesa si trova sulla cima di un colle che domina la Valpolicella, nota per l’estrazione del prezioso marmo rosa di Verona ma anche per la coltivazione di numerosi vigneti che danno origine a un prelibato nettare degli Dei: il Recioto e l’Amarone. La coltivazione della vite in questa zona era già praticata fin prima dell’arrivo dei Romani.



